Già pronunciare il suo nome è una complicazione.

 

Per arrivare alla “o” aperta, finale, bisogna passare per la “r”, consonante vibrante alveolare, un traguardo per molti irraggiungibile.

Poi la dizione diventa aspra e sorda non con una, bensì con due “z”, sfinendosi verso una “o” aperta che mette a dura prova il codice a barre.

 

E’ erbetta officinale di un bel verde, colore della speranza, ma su questo bisogna ragionare.

 

La vera scommessa, con queste foglioline presuntuose che si dice stiano bene dappertutto e su tutto, è domarle.

 

Il prezzemolo ha l’ardire di sfidare cervello e mani altrui.

Il lavaggio.

Immerso nell’acqua, galleggia sempre, pacifico, senza essere oceano. Si aggrappa all’acqua, quasi sapesse nuotare.  

Il taglio.

L’incontro peggiore è quello con la mezza luna, che di astrale ha ben poco. Indomito, cerca di appiccicarsi ovunque, sulle dita, sulla lama, si sparpaglia e non si piglia.

 

Pensa lui.

Il colore del suo outfit esalta il suo apparire, la precisione dei ricami delle foglie, la curva dello stelo.

Non bastano.

 

Intero, senza la capacità di chi sa fare, rimane ombrellifera, come l’aneto, il cerfoglio, il coriandolo, il cumino.

Da solo non va da nessuna parte, né mantecato nel risotto, né ad abbellire una grigliata di pesce.

 

C’è un detto che recita di alcuni che “sono sempre sopra come il prezzemolo”.

 

Mica ci vanno da soli.

Sono un’erbetta, da soli.

 

E’ la materia grigia che fa la differenza e di grigio il prezzemolo ha ben poco.

Al massimo scurisce.

 

E luce fu.