Tra un verde e un azzurro che ricordano la leggiadria del puntinismo mi accomodo al bar. Di fronte a me il campanile montano divide la strada che porta al passo da quella che accompagna verso la pianura.

Si guardano intorno, senza trovare un posto all’ombra. Emanano una sensibilità antica, lei sui cinquant’anni, lui poco più. Li invito al mio tavolo, c’è sempre posto per la sensibilità. La si percepisce.

Una leggera brezza accoglie le prime parole educate. Sono in vacanza da venti giorni, vivono in Belgio, lei di origini pugliesi, lui belga. Hanno visitato il Veneto, amano le Dolomiti. Penso che non potrei stare senza, sono sotto la mia pelle da sempre.

Alla seconda ordinazione sappiamo, reciprocamente, già abbastanza: famiglia, figli, viaggi, Covid, cani, Croazia, Lanzarote, Venezia, Parigi, Bari, Roma, Milano. Il loro cane è femmina, sta tranquilla a godersi il fresco sotto la sedia di lei che porta al collo una catenina d’oro con un pendente bassotto con i brillantini, regalo di lui. Le parole iniziano a fluire come se avessimo una casa di vacanza nei rispettivi stati, o ci conoscessimo da molto tempo. Lui sta imparando a parlare l’italiano, lo capisce abbastanza bene. Lei è italiana e traduce i passaggi difficili. Lui ride sempre un po’ dopo, non in simultanea. Si ride due volte.

Il dialogo si avvia verso una vasta pianura coltivata a sensibilità. Ne nascono fratellanze e comprensioni come fioriscono i fiori a tempo debito. Questo nutrimento ormai raro nella dieta frenetica del tempo attuale ci porta lontano ad esplorare i confini di tale pianura, con la reciproca consapevolezza che, oltre i confini, crescono disordinatamente arbusti invadenti.

Lui si alza per ordinare un caffè e la pausa accoglie dialoghi al femminile, aprendo una confidenza inaspettata, patrimonio del percepire oltre le apparenze. Tra qualche giorno andranno nella città natale di lei, i genitori anziani la stanno aspettando. Il suo mare anche. Il Belgio non è molto accogliente, nulla a che vedere con il calore e il colore italiani. Ritrovarsi è annusare l’aria di casa, salutare gli amici di sempre, andare a vedere se l’edicola di Salvatore è ancora lì, se la salinità del mare chiama a tuffarsi dentro.

Condivido alcuni miei viaggi con la stessa convinzione che casa è casa, che le origini non si dimenticano. C’è chi è bravo e fa finta che non sia così. Noi decidiamo che non siamo bravi, gli ulivi per lei, le montagne per me. Lui tace, nessuna domanda.

Lei è bionda, un viso accarezzato da minuscole lentiggini, occhi scuri, occhi buoni. Lui protegge gli occhi con un occhiale da sole specchiato che nasconde la percezione e la profondità dello sguardo,  un bel viso regolare.

Siamo già al terzo giro di caffè, aperitivo e succo di frutta. Il dialogo fluisce come il sapore che scende in gola: i figli, adulti o prossimi all’adultità, i nipoti che già fanno un dolce baccano, la loro speranza di sentirlo in un prossimo futuro. Lei scompone con delicatezza le pagine di un libro, mi dirà cosa le ha trasmesso.

Gli orologi che leggono il cellulare si illuminano sull’ora di pranzo. Quando si sta bene, sta bene anche il passar del tempo. Ci guardiamo sapendo che non ci siamo detti tutto. Bello così, un segno che dobbiamo rivederci, forse su un’isola, chissà.

Un oceano traccia le distanze, un comprendersi le accorcia senza sforzo.

Un abbraccio antico come la sensibilità rafforza la promessa.

A presto.

A presto.